UN UOMO DI CAMPO: PAOLO BRAMBILLA

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Updated: luglio 7, 2017
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PAOLO BRAMBILLA

 L’aria sbarazzina con predilezione per il jeans, una capigliatura ondulata che tanto lo caratterizza insieme a quei suoi occhi vigili che sorridono spontanei, Paolo Brambilla è uno dei nostri pilastri nell’allenamento di atlete di razza. Vegetariano, riflessivo e riservato, qui ci parla con la saggezza di chi la sa lunga.

Come sei finito ad allenare?

Facevo atletica, soprattutto salto in lungo e ostacoli. Me la cavavo, ma alla fine ero un atleta “medio”. Ho subito partecipato alle gare regionali, saltando le giovanili. Poi fui richiesto come allenatore di calcio a Coverciano, perché praticavo anche questo sport. Ma alla fine, tra questi due mondi, ho scelto di allenare in atletica: l’avevo nel cuore!

Alleni le atlete singolarmente?

No, ho un gruppo. Il gruppo tira avanti, si muove insieme e si sostiene. Ho qualche dubbio sul rapporto personalizzato con la singola atleta che ti trovi davanti; ma con alcuni collaboratori sto valutando una via di mezzo. Vediamo se la troviamo! Al momento ci alleniamo a Caravaggio, sempre in provincia di Bergamo, fino a che la pista di Treviglio – che era in condizioni imbarazzanti – sarà sistemata.

Quanto tempo dedichi all’atletica?

Alcune ore al giorno tra allenamenti, programmi e rapporto con gli atleti. L’atletica è una passione che definirei “lucida follia”. L’atletica è un vestito che indossi sulla pelle. L’importante è che sia comodo, pratico e a volte, quando serve, anche elegante.

Quali sono le qualità che rendono un’atleta grande, oltre al suo valore fisico?

La consapevolezza di dover intraprendere un progetto di evoluzione. E poi virtù difficili, impegnative, quali la volontà di raggiungere un obiettivo, la tenacia, lo spirito di sacrificio. Che sono poi dei valori utili anche nel mondo del lavoro. Si pensi a Maria Moro, che è stata assunta in una ditta di prestigio sbaragliando le concorrenti. Ha senz’altro inciso – agli occhi del boss – la sua esperienza sportiva che presuppone abitudine alla competizione, alla determinazione, all’organizzazione dei tempi e degli schemi.

Cos’ha l’atletica di speciale?

È una grande famiglia. Ti devi mettere in testa che è un mondo. Non c’è solo la pista, ma una cerchia di affetti che dà supporto, anche morale. E poi è uno sport sincero. Non puoi mentire: ci sono tempi, lunghezze e misure reali che sono lì, sotto gli occhi di tutti. Se un atleta ha dei problemi, la sua performance te lo dice.

Cosa regala l’atletica?

L’atletica diventa un plus che aiuta ad avere soddisfazioni nella vita. L’atletica offre un livello educativo e formativo alto e un’esperienza individuale profonda, che rimane tutta la vita come un marchio, come un segno indelebile. Oramai i boss delle grandi aziende, se indecisi su chi assumere, guardano all’esperienza agonistica come a un valore aggiunto. E un atleta ha di colpo più chance. Nel lavoro come nella vita.

L’atletica è una disciplina dove la ricerca della perfezione del gesto ti porta alla cura meticolosa dei particolari. Perciò è difficile essere sempre soddisfatti al 100%.

Di cosa avrebbe bisogno l’atletica, in più?

Avremmo bisogno di un osteopata, di un nutrizionista e di uno psicologo. Il compito dell’allenatore sarebbe quello di coordinare queste competenze interdisciplinari. Perché un coach non può fare il tuttologo. L’indice di rischio è troppo alto. E poi all’atletica servirebbero piste adeguate e impianti più sicuri che prevengano infortuni, cadute e lesioni.

Un momento di felicità assoluta?

Di gioie grandi ne ho avute tante, con diversi atleti. Ma la cosa che mi rigenera di più in assoluto è quando arriva l’ora di andare sul campo.

Qualche rammarico?

Tutti noi sbagliamo. La soluzione è cercare di fare meno errori possibili. A volte sei chiamato a prendere decisioni nel breve tempo e non è per niente scontato che quello che alla fine scegli, è giusto. Te ne devi assumere la responsabilità.

Cosa chiederesti al Ministro dello Sport?

Un programma pluriennale di valorizzazione dello sport partendo dalla Scuola; con un avvicinamento progressivo al modello americano.

Chiederei di far partire un progetto, nel settore del welfare aziendale, che sia di supporto ai giovani atleti lavoratori. In breve, una facilitazione della conciliazione sport-lavoro.

 

 

a cura di Cristina Franzoni

 

Milano, 7 luglio 2017