SARA BALDUCHELLI: IL CUORE OLTRE GLI OSTACOLI

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Updated: novembre 13, 2017
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Sara che origini hai, qual è il tuo titolo di studio e dove vivi attualmente?

 Sono nata a Brescia il giorno di Natale del 1987; tutta la mia famiglia ha origini bresciane. Sono laureata in Scienze motorie e sport e in Scienze e tecniche delle attività motorie preventive ed adattate. Attualmente vivo a Brescia, città dove quotidianamente svolgo i miei allenamenti intervallati da sessioni a Milano per non far sentire ad Aldo la mia mancanza!

 L’atletica è il primo sport di cui ti sei innamorata? Sei partita subito alla grande con gli ostacoli? E’ stato Aldo il tuo primo allenatore?

 Ho iniziato all’età di 6 anni a praticare ginnastica ritmica ma poi, a 11 anni, ho conosciuto l’atletica, vi sono entrata in punta di piedi e non l’ho più lasciata. Ho capito che era questo lo sport che mi avrebbe fatto diventare grande. Gli ostacoli non sono stati il mio primo amore, in quanto sin da piccola guardavo con ammirazione e curiosità tutte le gare di Fiona May e dentro di me dicevo:” Un giorno sarò come lei”. Poi, crescendo, ho iniziato ad approfondire questa specialità abbinata agli ostacoli, fino a cimentarmi nelle prove multiple. Aldo mi ha accolta più di 10 anni fa sotto la sua ala quando, all’età di 18 anni, ho deciso di lasciare casa per intraprendere la carriera universitaria in un’altra città.

 Cosa hanno in più, secondo te, i 100 ostacoli che ti hanno reso una campionessa? Quali sono le doti per eccellere in questa disciplina?

 Secondo la mia esperienza sono una specialità che lascia sia l’atleta sia lo spettatore con il fiato sospeso per tutta la durata della gara, poiché nulla è lasciato al caso. Piccoli errori e la perdita del ritmo possono condizionare il risultato. Le doti per eccellere in questa disciplina sono: la mancanza di paura, una bella dose di pazzia e la coordinazione.

 Cosa ti ha dato l’atletica, finora? Più gioie o delusioni?

 L’atletica è per me uno svago, un rifugio nel quale proteggermi da tutto ciò che avviene nel mondo esterno. Quando calco le piste, i problemi e le delusioni della realtà magicamente scompaiono. Quello dell’atletica è forse un mondo un po’ utopistico fatto di sensazioni positive e di sorrisi; le arrabbiature ci sono, naturalmente, ma hanno il loro lato positivo. L’atletica mi ha fatto crescere come donna e come sportiva dandomi la possibilità di sperimentare situazioni sempre differenti e ricche di valori come l’agonismo, la competitività sana, l’amicizia, la sopportazione del dolore, la forza per affrontare lo sconforto a testa alta, il fair play e il rispetto per me stessa e per gli altri. Di delusioni ce ne sono state, e anche molte, ma la soddisfazione di percorrere il rettilineo, superare il traguardo e vedere l’orgoglio negli occhi di chi è venuto a farti il tifo – magari facendo tanti chilometri – sono le mie gioie più grandi insieme, naturalmente, alla bellezza del raggiungimento dei risultati e degli obiettivi che mi ero posta.

 Vi sono stati momenti di disaffezione, di crisi, di scontento personale e, se sì, come sono stati superati?

 Purtroppo anche quelli ci sono stati. Gli infortuni mettono a dura prova il fisico e la mente. Ti portano, soprattutto se accadono in modo frequente, a pensare alla ragione per cui continuare. Si dice sempre che la pazienza sia la virtù dei forti e io penso che sia stata proprio questa qualità, unita alla passione, a darmi la forza di attendere il momento più giusto per riprendere.

 Ci racconti la tua più bella impresa? E la delusione più cocente?

 È una domanda alla quale difficilmente trovo una risposta. Forse è il titolo italiano U23 indoor di Ancona. Dopo una squalifica per falsa partenza poi ritirata a seguito di un ricorso, ho fatto due dei più bei turni della mia vita: una semifinale con la convinzione di meritare la corsia in cui mi trovavo e una finale piena di carattere e grinta, doti che mi hanno permesso di salire sul gradino più alto del podio.

Forse la delusione più cocente è stata quella di non aver potuto far diventare questo sport una professione.

 Nel periodo in cui sei stata investita del titolo di “capitana”, come ti sei sentita? Hai imparato qualcosa in più di te stessa?

 Avrei tanto voluto fosse una sorpresa, ma il desiderio di Franco di comunicarmelo è stato più forte dell’attesa. Mi sono sentita “grande”; ho visto come l’esperienza acquisita sia stata vista dalle atlete più piccole come una bella occasione per poter disporre di supporto, sprono, incentivi e consolazione (anche questa serve, a volte!) Ciò ha senz’altro contribuito alla mia maturazione.

 Ho notato che ti piace la cultura e che studi volentieri. L’atletica e lo sport in genere possono essere considerati Cultura altrettanto utile e formativa?

 Dire che studio volentieri è forse un po’ forzato! Corro volentieri, questo sì. Ho sempre ritenuto lo sport fulcro della cultura, poiché le innumerevoli situazioni in cui quotidianamente ci imbattiamo sono superabili grazie ai numerosi valori che lo sport in genere insegna. La lealtà verso il prossimo, il rispetto di ciò che ci circonda – siano esse persone o no -, la forza nei momenti di difficoltà, la capacità di superare gli ostacoli – compresi gli infortuni -, il gioire di un risultato, il rispetto delle regole e l’amicizia. Tutti aspetti che, se appresi correttamente, garantiscono una salutare convivenza con se stessi e con gli altri.

 In Italia si fa fatica ad allenarsi e l’atletica non sembra essere la priorità dei ministri dello sport e della società civile. Puoi stendere un elenco di richieste-preghiere che vorresti fossero esaudite?

 L’atletica non sembra essere prioritaria e non viene in alcun modo pubblicizzata. L’attenzione è sempre focalizzata su altri tipi di sport (calcio per esempio) che hanno maggior pubblico e visibilità. Purtroppo l’atletica è un mondo in cui per essere considerati seriamente non basta un titolo italiano, non è sufficiente far parte di una società vincente e importante. Per entrare a far parte dell’olimpo degli atleti sono necessari titoli internazionali, continentali e non solo. Per far questo sarebbe importante garantire per lo meno delle strutture organizzate in cui non si debba prenotare e sperare che il numero di adesioni sia ridotto per potersi allenare liberamente. In cui per un paio d’ore di allenamento non si debba pagare una cifra assurda; delle strutture in cui poter combinare determinati lavori indispensabili per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Ma soprattutto sarebbe auspicabile investire maggiormente sui giovani che sono il futuro dello sport, dando loro la possibilità di entrare nelle viscere dell’atletica leggera, apprenderne ogni singola sfaccettatura tramite il supporto di personale esperto e di allenatori che siano vere guide.

 

a cura di Cristina Franzoni

Milano, 13 novembre 2017